Una lezione di matematica come tante

Frequento il quarto anno e la mia professoressa di matematica è la Marchini. Siamo in tanti a condividere questa sventura e saremo in tanti ad aver vissuto esperienze simili. Proprio per questo voglio raccontare cosa è successo durante la lezione di matematica della settimana scorsa, mi ci è voluto qualche giorno per metabolizzare ma è arrivato il momento di condividere l’esperienza anche con chi non era in quel momento in classe.

Lunedì mattina mia mamma riceve una telefonata dalla casa di cura dove era ricoverato mio nonno ormai da qualche anno. Purtroppo ci dicono che non ha superato la notte ed è morto, fortunatamente nel sonno quindi si spera che non abbia sofferto. Mia mamma mi dice che potevo scegliere di non andare a scuola e io decido di non andare, oltre al dolore per la morte del nonno c’erano tante cose da fare di tipo pratico e burocratico, mi sono offerto di dare una mano a mia mamma.

Mio padre è come se non esistesse, tanto per dovere di cronaca. Lavora in una multinazionale, ci passa un assegno di diverse migliaia di euro al mese e con quello si sente a posto con la coscienza se non si fa mai vedere, giusto tra una trasferta e l’altra. Quindi, siamo io e mia madre, e mi sembrava giusto stare a casa. La giornata è passata, è stata dura ma è passata, e io non ho nemmeno aperto il libro di matematica anche se la mattina dopo la Marchini avrebbe interrogato.

Mia mamma mi chiede se voglio entrare alla seconda ora oppure se ho bisogno di una giustificazione scritta da lei ma rispondo che no, non ho ancora usato le mie giustificazioni e potevo usare una di quelle per non farmi interrogare.

Arriva la mattina e la Marchini è già in classe, con il registro aperto davanti. Alzo la mano e chiedo di giustificarmi, senza dare spiegazioni, non ne dovevo. La Marchini mi guarda male e mi risponde che oggi non accetta giustificazioni. Anzi, dice che voleva interrogare proprio me. Allora mi alzo, vado alla cattedra e le dico sottovoce che mio nonno era morto il giorno prima e non avevo potuto studiare. Lei comincia a ridere e mi dice di ripetere a voce alta quello che le ho detto. E io lo faccio, non vedevo l’ora che quel momento finisse. Dico davanti a tutto quello che è successo e i miei compagni, non tutti lo sapevano, sono visibilmente tristi per me. Nessuno si sarebbe aspettato che la Marchini avrebbe continuato a ridere. Non ci credeva. Non vi aspetterete che creda a questa storia, dice sempre ridendo, proprio il giorno dell’interrogazione il nonnetto decide di schiattare? Testuali parole.

Mi salgono le lacrime per la rabbia, per il dolore, per la stizza, per l’odio verso quella donna malefica.

E mi metto a piangere davanti a tutti, un dolore che doveva essere solo mio viene deriso e messo in piazza. La Marchini smette di ridere e comincia a farmi domande a raffica, ovviamente non rispondo a nessuna delle sue domande, se anche avessi saputo cosa dire non ero nelle condizioni di capire niente. L’interrogazione va avanti per circa dieci minuti, in cui io piango davanti a tutta la classe e lei continua a fare domande, aspetta dieci secondi, mi ripete la domanda, mi chiede se la so e alla fine ne fa un’altra.

Mi manda a posto con un due, rovinandomi la media e chiedendomi di salutarle mio nonno quando sarei morto dall’imbarazzo di dover dire ai miei genitori della figura che avevo fatto.

Auguro alla Marchini di subire l’umiliazione che ho subito io oggi, ma dieci volte peggio. Per poi chiederle come ci si sente.

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